Il posto dove gli orologi mentono
Il posto dove gli orologi mentono
C'è un corridoio al secondo piano dove le lancette del mio orologio rallentano. Sempre. Lo so che è impossibile, eppure succede. Ogni volta che attraverso quel tratto di pavimento in cotto — quello con le piastrelle leggermente irregolari che raccontano cent'anni di passi — perdo qualche minuto. Non so dove vadano a finire.
Forse si nascondono nelle pieghe delle tende di lino, quelle che mia madre ha scelto perché "devono lasciar passare la luce giusta, non tutta". Forse scivolano via insieme al profumo di lavanda che sale dalle lenzuola quando Sofia le sistema nelle camere. Un profumo che non è spray, non è sacchetto comprato, ma viene dai mazzetti appesi a testa in giù nell'armadio del ripostiglio. Li raccoglie Marco, il giardiniere che non vuole essere chiamato così perché "io curo piante, non giardini, è diverso".
Il tempo qui dentro si comporta in modo strano.
La mattina alle otto, quando preparo il caffè nella moka grande — quella che fa dodici tazze anche se gli ospiti sono cinque — il vapore sale lento. Troppo lento. Potrei giurare che la fiamma del gas brucia come sempre, eppure quella colonnina di fumo bianco sale con una pigrizia che non ha fretta di diventare caffè. E io resto lì, appoggiata al bancone, a guardare.
Non controllo il telefono. Non penso alla lista delle cose da fare. Semplicemente aspetto, come faceva mia nonna davanti al forno a legna, con quella pazienza immobile che le persone sotto i quarant'anni hanno dimenticato di avere.
La poltrona che nessuno vuole lasciare
C'è una poltrona in veranda che dovevo buttare tre anni fa. Il rivestimento è sbiadito, una gamba cigola, e quando ti siedi sprofonda troppo in avanti. È oggettivamente scomoda. Eppure ogni settimana qualcuno la sceglie, e poi non si muove più per ore.
L'estate scorsa una signora di Milano ci è rimasta tutto il pomeriggio con un libro in grembo. Quando è scesa per cena, aveva letto dodici pagine. Dodici, in quattro ore. Le ho chiesto se il libro non le piacesse. Mi ha guardato con quell'espressione un po' persa di chi si sveglia da un sogno lungo e ha detto: "Non mi ricordavo com'è rileggere la stessa frase più volte senza sentirsi in colpa".
Non so cosa abbia quella poltrona. Forse è l'angolazione. Da lì vedi il prato, i cipressi in fondo, e se alzi lo sguardo solo un poco, niente altro. Niente strada, niente parcheggio, niente mondo. Solo una porzione di realtà ritagliata con cura, dove le uniche cose che si muovono sono lucertole e farfalle.
Il rumore che manca
La cosa più strana della quiete vera non è il silenzio. È l'assenza di urgenza.
Non c'è il rumore di qualcuno che corre. Non c'è il bip del microonde, della lavatrice, del telefono che ha finito di caricare. Non ci sono notifiche sonore che ti tirano via da dove sei. Ci sono invece le cicale, che sono assordanti, ma in un modo che non chiede niente. E il fruscio del vento nei rami di ulivo, che è così costante da diventare invisibile alle orecchie, come il battito del tuo cuore.
I primi giorni gli ospiti si agitano. Li vedo girovagare, cercare qualcosa da fare, da guardare, da consumare. Controllano l'orologio, il telefono, chiedono se c'è WiFi in giardino. Poi, verso il terzo giorno, qualcosa si spezza. O forse si aggiusta.
Iniziano a sedersi senza motivo. A bere il caffè fino in fondo, freddo. A camminare senza meta. A parlare piano. C'è una coppia che la settimana scorsa è rimasta mezz'ora a guardare un ragno tessere la tela sotto la grondaia. Mezz'ora. Quando sono tornati dentro, lui ha detto: "Non sapevo che ci mettessero così tanto". E lei: "Io non sapevo che fossimo capaci di stare fermi così tanto".
Dove vanno i minuti che perdi
Non li perdi davvero, naturalmente. Li ritrovi nascosti in posti strani. Nella marmellata di fichi che fai con calma. Nella doccia che diventa lunga quanto un concerto. Nella conversazione con uno sconosciuto in veranda che dura più di quanto pensavi di poter parlare con qualcuno che non conosci.
Li ritrovi nel non avere voglia di ripartire. Nel check-out che diventi lento, stiracchiato, pieno di "ancora cinque minuti". Nel modo in cui scendi le scale con meno fretta di quando le hai salite tre giorni prima.
Forse questo corridoio non ruba tempo. Forse te lo restituisce, un po' alla volta, nei formati in cui lo avevi perso: attenzione, lentezza, peso. Presenza.
Se sentite che i vostri orologi corrono troppo, qui da noi mentono ogni giorno. Nel modo migliore possibile.